Gli stadi della traduzione

Quando sono impegnato a tradurre un qualche testo — di solito teatro o poesia — indipendentemente dal fatto che esso occupi poche righe o duecento pagine, io mi ritrovo sempre ad attraversare diversi stadi psichici, più o meno assimilabili ai cinque stadi dell’accettazione del lutto. Li esperisco, il più delle volte, in un preciso ordine, che è quello che presento qui, ma tale ordine è tuttavia soggetto a variazioni, mescolanze, e recrudescenze di stadi che credevo ormai superati.

Essi sono:


1. ISPIRAZIONE

Un misterioso sentimento, un regista, o un amico mi spingono a tradurre uno specifico testo. Approcciandomi ad esso, esplorandolo, e facendo le prime prove di traduzione le idee mi vengono facilmente, una dopo l’altra. Consultando edizioni critiche del testo in questione e confrontandolo con celebri traduzioni, mi appare chiaro che tutti i traduttori precedenti non hanno saputo cogliere determinate sfumature, che hanno distorto la prospettiva dell’autore in favore della loro, o che il loro stile è troppo vecchio e ampolloso. Già mi immagino come saprò rendere io quelle frasi, come saprò districare la matassa della lingua d’origine per estrarre un significato e una musicalità limpidi e cristallini. Mi sento un pioniere, capace di svelare gli anfratti semantici più reconditi del testo, di riportare alla luce giochi di parole e battute divertenti oscurate dalla patina dei secoli e da notevoli differenze linguistiche. Io Ce La Farò.


2. IRA

Un intoppo. Una battuta difficilmente traducibile, un verso del quale non riesco a recuperare la musica come vorrei, cose del genere. Un piccolo intoppo: “niente di grave” mi dico. Provo a risolverlo, ma è più dura di quanto pensassi. Passo ore ed ore su quella singola riga, non mangio, non dormo. Nessun chiarimento filologico, nessuna traduzione precedente mi convince. Provo a passare alla riga successiva, ma anch’essa sembra avvolta da un velo impenetrabile di foschia semantica. Ci dormo su, ci torno la mattina dopo, ma il problema è sempre lì. Rileggo le righe precedenti della mia traduzione. Non mi sembrano più così intelligenti dopotutto. Che sta succedendo? Perché questo stupido testo non si piega al mio volere? Perché non si lascia volgere in una accattivante forma italiana? Cosa sto sbagliando? Dev’esserci una soluzione! Io Posso Fare Tutto!


3: DEPRESSIONE

Io non posso fare tutto. Forse è vero ciò che mi disse quell’avvenente studente di giurisprudenza con cui speravo di concludere qualcosa quella sera e con cui invece, ahimè, non conclusi nulla: che la traduzione è tradimento; che il modo migliore per godersi un’opera, alla fin fine, rimane la lettura dell’originale; e che i traduttori sono tutti un’immonda massa di perversi mistificatori, intenti a stuprare immortali opere d’arte per poter anche loro assaggiare le luci della ribalta, e spacciare proprie idee ed invenzioni per quelle dell’autore. Mi faccio un esame di coscienza. Non sono forse anch’io così? Non mi riconosco anch’io in quel grottesco archetipo? E cosa spero di fare, poi? Certo non sarò io a creare una Versione Definitiva di un classico. Perché non mi concentro sui miei scritti, invece, e creo io un’opera immortale?

Ma via, quante pretese! Un’opera immortale! Figurarsi! Io? Ma, invece, perché non abbandono la scrittura, l’arte, la civiltà, e non vado a vivere in riva ad uno stagno nel folto della foresta, lontano dalla malvagità del mondo, lontano dalle finzioni che ci raccontiamo per mandare avanti il carrozzone che chiamiamo “società”?

Pensieri di questa ed altra sorta mi attraversano la mente mentre sfoglio la mia traduzione, che ora mi appare, in toto, penosamente inadeguata.


4. NEGOZIAZIONE

Forse però posso redimerla. Sì! È quello che farò. Sono stato troppo arrogante all’inizio. Vediamo come hanno risolto questo passaggio i celebri traduttori del passato. Ecco, ecco, c’è una ragione se sono tanto celebri! E poi, riconfrontiamo con l’originale: non è che forse qui mi sono preso troppe libertà nel rendere questa espressione? Passo ore davanti al dizionario, perché non mi fido più della mia conoscenza della lingua. Modifico qui, taglio là, poi cambio idea e ripristino, in una furia demolitrice e ricostruttrice che spero legittimerà il mio operato.


5. ACCETTAZIONE

Dopo giorni, dopo mesi, raggiungo la fredda consapevolezza che la fedeltà completa all’originale è impossibile. È vero, tradurre è tradire, mio caro studente di giurisprudenza del passato; e tuttavia va fatto, e va fatto con impegno e creatività. Non possiamo certo pretendere che la gente per avere un’idea di cosa dice Omero debba impararsi il Greco Antico, che gli attori nei teatri italiani debbano recitare Shakespeare nell’inglese del tardo cinquecento / inizio seicento, che l’accesso alla cultura antica ed internazionale sia ostaggio di un pugno di glottologi.

E non possiamo altresì rendere l’originale con una fredda parafrasi scolastica; trasformare un poema ricco di musica e sonorità interna in uno scialbo tema delle superiori; trarre da una commedia arguta e brillante una landa desolata costellata di note a margine, recanti la dicitura “battuta intraducibile”.

Qualcuno deve prendersi la responsabilità di catturare lo spirito più ineffabile del testo, acchiapparlo con il lazo e portarlo da noi. Deve credere di averlo in mano, e prendere posizione su quale esso sia. Deve operare delle scelte non di natura filologica, ma artistica. Questo deve essere fatto, per rendere una poesia o un testo teatrale non meramente comprensibili, ma apprezzabili, recitabili! È questo lo scopo. È un lavoro non facile, ma qualcuno deve pur farlo. E pazienza se nel farlo sovrapporrà la sua sensibilità moderna a quella dell’originale: almeno avremo un qualche tipo di sensibilità; pazienza se la musica dell’originale si è persa: ascolteremo una musica che forse la ricorda. È solo una questione di responsabilità. E una volta che si accetta questo, che la fedeltà assoluta è un miraggio, si può davvero Fare Tutto.


MASSIMO BERNARDO DOLCI